Tartaruga Express on-line – Interclasse IV biennio Città Pestalozzi

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Ti ricordiamo Giovanni!

Oggi 23 maggio è la commemorazione della morte di un uomo che insieme ad un altro uomo ha scalato un” muro” altissimo e ripidissimo, pieno di punti pericolosi, un muro duro, a prova di bomba: la mafia. Quest’uomo, Giovanni Falcone, insieme a Paolo Borsellino, ha combattuto la mafia. Erano due giudici muniti di un enorme coraggio. Falcone è stato ucciso, 20 anni fa, in un attentato che oggi è con conosciuto come “strage di Capaci”: 500 kg di tritolo e un detonatore sotto un’autostrada dove passavano con le loro auto altri comuni e ignari cittadini che sono stati coinvolti nell’esplosione.
Un telecomando in mano ad un mafioso ed ecco che la mafia si fa strada uccidendo Falcone, la moglie e 3 uomini della scorta. La mafia, una cosa che Falcone definisce comunque, nonostante tutto, un fatto umano che ha avuto un inizio e che avrà pure una fine come tutti i fatti umani. Ma deve essere difficile lavorare ad una cosa del genere, della quale non sai quante persone ne fanno parte, cosa fanno, dove stanno e soprattutto sapere che ti stai mettendo contro una cosa che non guarda in faccia le persone, che non perdona, una cosa che uccide a sangue freddo. Ci vuole un bel coraggio. Combattere la mafia deve sottoporre ad uno stress mentale che è capace di logorarti, di mangiarti l’anima pezzo per pezzo fino a che non te ne resta più. Eppure sono convinto che prima o poi dovrà finire questa cosa; anche Falcone ne era convinto. La mafia è come un esercito illegale che non è ancora stato sconfitto. Anche se hanno arrestato boss mafiosi, se ne sono creati altri. Non bisogna dimenticare che la mafia è ricchissima, con i suoi traffici illeciti riesce ad arricchirsi e quindi anche a corrompere. Ogni tanto prende lo sconforto a pensare che viviamo in un Italia del genere. Ora io sono un ragazzino e di conseguenza parlo da ragazzino, però sono convinto che un giorno l’Italia ce la farà a sopprimere la mafia, scoppieranno rivolte e muniti di tutta l’indignazione che abbiamo andremo ad abbattere quel “muro”, che poi sarà a prova di bombe ma non di cittadini affamati di giustizia e di legalità che gridano basta alla mafia!
A cura di Edoardo

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Ti ricordiamo Giovanni!

In ricordo di Paolo Borsellino

Paolo Borsellino era un magistrato italiano che lottò contro la mafia. Lui, aveva un unico obiettivo: sconfiggere la mafia ed incarcerare i boss. È considerato un eroe, insieme al suo amico e collega Giovanni Falcone. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone fondarono un POOL ANTI-MAFIA (Un Pool anti-mafia era una squadra di magistrati che lottavano tutti in insieme contro la mafia) che funzionava molto perché molti boss sono stati arrestati. Nel 1992, dopo qualche settimana dall’assassionio del suo collega Giovanni Falcone, Paolo Borsellino è stato anche lui ucciso dalla mafia: era la domenica del 19 luglio, alle 17 del pomeriggio, dopo pranzo si era recato, insieme alla sua scorta in via d’Amelio, per andare a salutare la sua madre. In quella via improvvisamente una fiat contenente 100kg di tritolo esplose uccidendo lui e cinque agenti della sua scorta. In quel luogo ora un albero ricorda la strage. Paolo Borsellino avrebbe potuto vivere di più, visto che nel 1992 aveva solo 52 anni; pensiamo che non abbia potuto avere nella sua vita la soddisfazione di vedere i figli dei suoi figli come tante persone normali e sappiamo che ha vissuto con la minaccia quotidiana di morire. Ciononostante ha fatto tutto ciò che poteva per portare avanti il suo lavoro di indagine contro la mafia. Lo vogliamo ricordare in questi giorni, a distanza di vent’anni da questa tragedia.

A cura di N. e M.

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In ricordo di Paolo Borsellino

Sos per i giovani. Anoressia.

Abbiamo letto un libro dal titolo “Bella da morire” di Lesléa Newman, che ci ha interessato molto perché tratta di una nostra coetanea, Judi, una tredicenne con dei problemi seri: non si accetta per quello che è. Questa ragazza è piuttosto grassa e vorrebbe dimagrire per somigliare a Nancy, la più carina della scuola. Nancy le svela il segreto per diventare magri: infilarsi le dita in gola per avere dei conati di vomito. Quindi Judi, seguendo il suo consiglio, diventa sempre più magra. Alla fine del libro, Nancy viene ricoverata in ospedale, mentre Judi, per fortuna, si fa aiutare da una psicologa e risolve il suo problema arrivando ad accettarsi com’è. L’anoressia, perché di questo si tratta è un problema diffuso purtroppo e che colpisce soprattutto le ragazze della nostra età o più grandi. L’anoressia nervosa è di sicuro la sua manifestazione più grave. Questa malattia può produrre depressione e ansia: sembra che la lancetta della bilancia indichi sempre troppo, quando mangi un panino e hai paura di ingrassare ancora, ancora e ancora. Molte persone non distinguono la bulimia dalla anoressia, ma in realtà i due concetti sono differenti. Nell’anoressia nervosa il soggetto rimane sempre sottopeso, invece nella bulimia nervosa il peso rimane nella norma. Nell’anoressia nervosa la persona malata non cerca quasi mai aiuto, mentre nella bulimia è molto frequente che la persona chieda di essere aiutata. Nella bulimia l’incidenza è quasi esclusivamente femminile, a differenza che nell’anoressia che colpisce anche i maschi. Mentre nell’anoressia c’è uno stato di ansia, nella bulimia c’è l’intenzione di farsi male. L’anoressia è dovuta ad una distorsione dell’idea che si ha della propria immagine: quando una malata anoressica si guarda allo specchio, si vede molto più grassa di quello che è in realtà. Questa distorsione spesso deriva o viene alimentata, in una persona un po’ fragile, dalle prese in giro e delle critiche dei compagni. Quindi ci chiediamo se sia giusto che a causa di una presa in giro o un commento sgradevole, cioè per essere o no accettati dagli altri, si debba rischiare così tanto. Noi crediamo di No. Troviamo che tutto questo non sia giusto. Abbiamo compreso grazie a questo libro che l’anoressia non è solo una malattia, non è solo una cavolata che fanno le ragazze, ma è una cosa profonda che ha delle radici e delle motivazioni che vanno analizzate per trovare le soluzioni.

A cura di A. e S.

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Sos per i giovani. Anoressia.

Tolosa. 19 marzo 2012. Ore 8:11. Tre bambini. Una maestra. Il dolore. La paura.

Aspettavano di entrare in classe ieri, poco dopo le otto di quella mattina. Circa 200 studenti, bambini e adolescenti erano davanti al cancello della scuola ebraica di Tolosa, quando il killer, a bordo di uno scooter nero, casco in testa, ha raggiunto l’ingresso e ha aperto il fuoco senza pietà. Sparava all’impazzata. Le vittime sono state cinque: tre (due bambini ed una maestra) sono morti all’istante, uno in ambulanza e l’ultimo è in gravi condizioni all’ospedale. Due dei ragazzi, avevano la nostra età, cioè dai 10 ai 15 anni.
Ieri sera noi ci stavamo annoiando davanti alla televisione, a guardare i soliti film, quando, durante la pubblicità, vediamo il TG di 60 secondi. Rimaniamo pietrificati davanti a questa tragedia… Pensare che quella mattina eravamo davanti alle nostre scuole, a chiacchierare e divertirci con gli amici senza sapere ciò che stava accadendo nello stesso momento, in Francia.
Ci spaventa pensare alle ingiustizie e alle violenze che si creano all’interno di un paese civile e sviluppato come la Francia. Quando sentiamo cose molto lontane da noi, in paesi sconosciuti, ci fa meno paura, anche se sono ugualmente gravi, ma sentirle avvenire in un paese simile al nostro, ritenuto civile, con regole simili alle nostre, ci fa molto preoccupare.
Oltretutto qualche mese fa è successo un episodio razzista, analogo a questo anche a Firenze; un italiano ha sparato a due venditori ambulanti senegalesi (di colore) morti sul colpo. Siamo molto disorientati e impauriti di fronte al diffondersi di questi gesti di violenza estrema.
A cura di Mira, Sabina e Cosimo

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Tolosa. 19 marzo 2012. Ore 8:11. Tre bambini. Una maestra. Il dolore. La paura.

Shahbaz Bhatti: un martire dei nostri tempi

2 marzo di un anno fa, Islamabad. Per Shahbaz era una giornata come altre e come al solito si stava recando al lavoro, non sapeva ancora che quel giorno un fatto imprevedibile avrebbe spezzato la solita routine, anzi la sua vita. Salì in macchina, come aveva già fatto un milione di volte, ma quella fu l’ultima.
All’improvviso sbucarono fuori un gruppo di uomini armati, i cui intenti erano ovvi: fare vendetta. Vendicarsi di cosa? Della sua dissidenza nei confronti della legge sulla blasfemia in vigore in Pakistan ancora oggi, delle sue idee di cambiamento nei confronti di una tradizione rigida e violenta. Fu assassinato con trenta colpi di arma da fuoco.
Shahbaz era un ministro per le minoranze del governo pakistano, era un cattolico, l’unico cattolico in mezzo a tanti musulmani; lottava affinché chiunque, a prescindere dalla religione, potesse vivere in pace e armonia con tutti.
Una delle leggi che Shahbaz voleva cambiare era appunto quella sulla blasfemia, la quale prevede che chiunque bestemmi venga condannato a morte e spesso questa legge viene ingiustamente usata contro i cristiani, come nel caso di Asia Bibi: una giovane donna cristiana pakistana, che ancora oggi rischia la vita per la sua fede. Facile incorrere nell’accusa di bestemmia per un cristiano che afferma cose diverse dalla religione musulmana.
Vogliamo in questo mese di marzo commemorare la morte di Shahbaz e il sacrificio che lui ha fatto per rendere il Pakistan un posto un po’ migliore anche se ancora c’è tanta strada da fare per rendere pacifica la convivenza tra uomini di culture e religioni diverse.
Niccolò

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Shahbaz Bhatti: un martire dei nostri tempi

Per non dimenticare: chi era Rosa Parks?

Rosa Parks (4 febbraio 1913 – 24 ottobre 2005) era una sartina di colore. Fu importante nella storia dell’uomo per i diritti civili dei neri. Il primo dicembre del 1955, in Alabama, nella città Montgomery, l’autista dell’autobus, su cui si trovava Rosa, le ordinò di cedere il suo posto a un passeggero bianco (perché così voleva la legge di segregazione americana), ma lei rifiutò di alzarsi perché era stanca del lavoro di tutta la giornata.
Questo suo gesto, che sembra piccolo è stato in realtà di grande significato, perché Rosa è diventata così un simbolo del movimento per i diritti civili e un’immagine mondiale della lotta contro la segregazione razziale. Infatti lei quel giorno fu arrestata e da quel momento Martin Luther King, insieme al suo gruppo, lanciò una campagna di boicottaggio degli autobus di Montgomery, per esprimere all’opinione pubblica la protesta dei neri.
Questa protesta durò ben 381 giorni ed ebbe successo. Dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non fu rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi avvenimenti fecero iniziare numerose altre proteste in molte zone del paese. Per noi rappresenta un simbolo della discriminazione dei diritti civili dei neri.
Oggi è quanto mai attuale tornare a parlare di lei e di tutta la lotta per l’uguaglianza tra neri e bianchi, poiché accadono avvenimenti gravi che ci fanno riflettere sulla nostra civiltà e sulla nostra convivenza tra uomini diversi.
A cura di Francesco e Neva

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Per non dimenticare: chi era Rosa Parks?

Forme pericolose di dipendenza tra i miei coetanei

Il consumo di alcoolici tra i giovani sta diventando un problema a causa dell’età sempre meno elevata dai bevitori. I giovani d’oggi hanno molti modi di divertirsi dato che in questo momento le nostre città offrono molte varianti di svago. Nonostante questo, attendono il sabato per divertirsi e liberarsi da tutte le tensioni, le noie e le fatiche accumulate nel corso della settimana; tuttavia, nella maggior parte dei casi, è proprio questo il giorno in cui accadono le peggiori stragi dell’intera settimana. Una causa prevalente è il consumo dell’alcool. Gli incidenti stradali del sabato notte, infatti, sono spesso la conseguenza di alcune “bravate” eseguite dai giovani per mostrare al gruppo di amici il proprio coraggio e non farsi emarginare dagli altri.
Solitamente il motivo prevalente è questo, anche se percentuali dimostrano che in buona parte la causa è l’immagine di gioia e dello star bene che provoca l’alcool. Secondo me, per risolvere questo problema, bisognerebbe adottare misure che limitino l’uso dell’alcool tra i giovani, cominciando ad apportare serie modifiche all’interno delle discoteche e sensibilizzare anche le famiglie sul problema affinché i genitori siano più responsabili e educhino e istruiscano i figli rispetto ai rischi dell’alcool.
Sarebbe opportuno ridurre la vendita di bevande alcooliche nei luoghi frequentati dai giovani, e soprattutto intensificare i controlli da parte delle forze dell’ordine sulla vendita vietata di tali prodotti ai minori. Si potrebbe pensare all’introduzione di un bonus per i giovani per acquistare le bibite analcoliche: avere cioè la possibilità di poter consumare a prezzo ridotto le bevande prive di alcool.
Statistiche dimostrano che in Europa il primo bicchiere è stato consumato tra i 12 e i 14 anni. Sono convinta che i proprietari dei locali, se rispettassero le regole sui minori, contribuirebbero a salvare, anche se in modo indiretto, molte vite di giovani. Anche se chiudessero i propri locali ad un’ora più ragionevole perchè tanto si sa che i clienti sono quelli più giovani. Infine credo che la cosa più importante sia una buona educazione da parte di esperti all’interno delle scuole e anche da parte dei genitori che devono trovare aiuto nelle istituzioni.
Da sempre il tema della droga è stato in assoluto il più discusso tra i giovani, che conoscono tutte le conseguenze e le malattie che derivano dall’uso frequente di queste droghe, ma a volte danno loro importanza perché per loro conta più l’apparire che l’essere.
Una cosa, molto strana, e soprattutto che non mi aspettavo, è l’uso delle sigarette tra i liceali, adesso che mio fratello è in I liceo me ne sto rendendo conto. Avevo sempre sentito dire che nei licei tanti ragazzi e ragazze fumano, ma non me l’aspettavo che fosse vero. Ho vari amici che vanno ora in I e II liceo e che hanno iniziato a fumare. Secondo me (e non solo) lo fanno soprattutto per sentirsi più “fighi”, “ganzo” e più grandi. Io so che sanno benissimo quanto il fumo li danneggi, ma per gli amici, per entrare in un gruppo, per frequentare certi ragazzi più grandi di te, si donerebbe anche la vita, come in questi due casi: fumo ed alcol. Bisogna resistere e trovare un modo di aiutarsi tra noi ragazzi a non cadere in questo meccanismo.
A cura di Sabina (3^media)

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Forme pericolose di dipendenza tra i miei coetanei

NELSON MANDELA

Fotografia di Nelson Mandela (nel 1937 circa)

Fotografia di Nelson Mandela (nel 1937 circa)

Nelle nostre due classi ci siamo interessati di persone che hanno combattuto il razzismo, soprattutto le differenze che nascono a causa del colore della pelle. Sono persone che hanno combattuto leggi ingiuste non con la violenza ma attraverso proteste pacifiche e boicottaggi… Gandhi fu il primo ad intraprendere questa nuova forma di lotte che ispirò tanti altri come Martin Luther King e Nelson Mandela, per esempio.
Quest’ultimo (Nelson Rolihlahla Mandela) fu un politico sudafricano. Dal 1994 al 1999 fu presidente della Repubblica Sudafricana e a lui è stato dedicato il Palazzotto dello Sport di Firenze vicino all’attuale stadio: Il Mandela Forum.
Fu a lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid. Segregato e incarcerato per ventisette anni, durante i governi pro-apartheid prima degli anni novanta, è oggi universalmente considerato un eroico combattente in difesa della libertà. Il nome Madiba con cui veniva chiamato, era un titolo onorifico adottato dai membri anziani della sua famiglia ed è divenuto sinonimo di Nelson Mandela.

Mentre era in prigione, Mandela riuscì a spedire un manifesto all’ANC (African National Congress), pubblicato il 10 giugno 1980. Il testo recitava:
« Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid! » (Nelson Mandela)

Fotografia dell'incontro fra Mandela e De Klerk

Fotografia dell'incontro fra Mandela e De Klerk

Rifiutando un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata, Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990. Le crescenti proteste dell’ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio l’11 febbraio del 1990, su ordine del Presidente sudafricano. Mandela e de Klerk, un altro politico sudafricano, ottennero il Premio Nobel per la pace nel 1993. Mandela era già stato in precedenza premiato con il Premio Lenin per la pace nel 1962 ed il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988.
I primissimi passi verso la conquista della libertà degli uomini, Mandela li mosse nel 1940, all’età di 22 anni quando, insieme al cugino Justice, fu messo di fronte al fatto di doversi sposare con una ragazza scelta dal capo Thembu Dalindyebo. Questa imposizione di matrimonio era una condizione che né Mandela né il cugino volevano tollerare. La decisione era molto delicata: o sposava la donna scelta dalla tribù andando contro il suo massimo principio, cioè la libertà, oppure non si sposava mancando così di rispetto alla tribù stessa ed alla sua famiglia. Così decise di scappare insieme al cugino in direzione Johannesburg, verso la città.
Ora sappiamo che proprio in questi giorni Mandela è all’ospedale per problema di salute.

A cura di Ginevra, Cosimo e Daniele

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NELSON MANDELA

Il lungo cammino delle donne

Curiosando tra gli scaffali di mio padre mi ha colpito un libro sulla situazione femminile scritto da mia zia e mi sono messa a leggerlo. Mano mano che andavo avanti mi interessava sempre di più perché tra l’altro in casa mia questo tema della donna è sempre affrontato ed è oggetto di dibattito tra me e mio fratello che sostiene sempre che io come donna non possa fare alcune cose suscitando in me una grande ribellione. Ecco quello che ho imparato.
Negli ultimi decenni dell’800 in Europa nascono vari movimenti femministi che, sulla base del nuovo ruolo che le donne hanno assunto nella società grazie all’ingresso nel mondo del lavoro, ne sostengono diritti e, in particolare, richiedono la loro estensione al diritto di voto. E’ evidente che prima di questa fase la donna europea non aveva diritti pari agli uomini.
Per “emancipazione” si intende infatti la liberazione della donna dalla condizione inferiore e di sottomissione rispetto ai maschi della famiglia, sottomissione durata fino a pochi decenni fa, cioè fino a quando non abbiamo raggiunto legalmente la parità dei due sessi e il diritto al voto.
I primi movimenti si svilupparono negli Stati Uniti con la fondazione nel 1866 di due associazioni: una progressista e una moderata. Negli Stati Uniti il diritto al voto delle donne fu introdotto nel 1870. La vera emancipazione femminile in Italia, invece è iniziata dopo la II guerra mondiale per l’esattezza nel 1946, quando le donne parteciparono alle elezioni per l’assemblea Costituente e al Referendum tra Monarchia e Repubblica. Nel 1948 le donne italiane parteciparono così alle prime libere elezioni politiche. La diffusione dei mezzi d’informazione come la radio, i giornali, i libri e soprattutto la TV, orientarono opinione pubblica in favore dell’emancipazione femminile, sostenuta anche dalla notevole scolarizzazione delle donne.
Nei primi del ‘900, con il fenomeno dell’urbanizzazione, cioè il trasferimento dei contadini verso le città e la loro integrazione in un nuovo tipo di lavoro, si passò da una famiglia “allargata” (che comprendeva anche zii e nonni), ad una famiglia più ristretta dove i rapporti tra marito e moglie cambiarono e anche la donna iniziò a lavorare. La donna non ricopriva più il semplice ruolo di moglie e madre ma era una lavoratrice a tempo pieno e con il suo salario contribuiva in modo significante al reddito familiare. Per la donna lavorare non significava soltanto guadagnare indipendentemente dal marito, ma anche trascorrere molte ore fuori casa e ciò voleva dire avere contatti con persone e ambienti diversi, cominciare così ad acquistare la consapevolezza dei propri diritti.
A me personalmente dà noia che la donna sia vista solo come casalinga: penso che anche l’uomo possa spazzare, mettere a posto e cucinare e quindi questo cambiamento storico per me è stato fondamentale e importante e ritengo che non si debba tornare indietro. Sempre nella prima metà del ‘900 l’aumento della scolarizzazione delle donne permise loro di avere un pensiero autonomo da quello del marito e del padre. La donna cominciò così a rifiutare la sottomissione all’autorità del marito, legittimata non solo dalla tradizione ma anche dalle leggi del diritto di famiglia. Il diritto di famiglia è l’insieme di norme giuridiche che regolano il rapporto tra i componenti di una famiglia. Nonostante noi oggi viviamo in un mondo civile, certi aspetti non sono migliorati e tra questi il più grave è la condizione della donna di cui, secondo me, si parla poco. In Italia la condizione femminile è migliore che in altri Paesi, ma al telegiornale sento troppe volte che succedono violenze, abusi, maltrattamenti, sfruttamenti e discriminazioni nei confronti della donna.
Dopo aver analizzato diverse fonti sono giunta alla conclusione che in buona parte del mondo, i diritti delle donne vengono violati. Mentre nei Paesi del Nord del mondo le donne, pur ancora svantaggiate, hanno ottenuto gli stessi diritti dell’uomo in tutti i campi, nei Paesi poveri le donne lottano ancora per riuscire a vivere subendo meno soprusi possibili. L’Italia nonostante sia un paese avanzato ha ancora molto da migliorare su questo piano. Le donne studiano sempre di più, si laureano mediamente prima e con punteggi più alti. Tra i non ancora trentenni su 10 laureati 6 sono donne, ma esse hanno comunque maggiori difficoltà a trovare lavoro e vengono pagate di meno a parità di lavoro di prestazioni.
Io che sono una giovane donna che studia e non mi sono ancora affacciata al mondo del lavoro sono un po’ preoccupata. Mia nonna che si è laureata in medicina e poi specializzata in pediatria, si è sentita un po’ discriminata perché preferivano uomini nel suo ruolo e mi racconta le sue difficoltà. Io sono fiera di me e di quello che sono, ma ho paura che quando uscirò da questo spazio sicuro della scuola e andrò anch’io nella società mi possano far sentire una persona che vale meno di ciò che realmente sono. Penso che il percorso dei diritti delle donne sia ancora lungo e debba ancora essere compiuto del tutto.
A cura di Sabina con la collaborazione di Francesco

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Il lungo cammino delle donne

G.A.S.P. – Il pilastro portante della nostra scuola

La G.A.S.P. è un’associazione interna alla nostra scuola, atta a tutelare gli studenti e i loro diritti.
Si tratta di un’associazione legalmente riconosciuta con un suo statuto, un presidente (attualmente  Agnese Fusco) ed un consiglio di amministrazione.
Il nome nasce da una sigla, il cui significato è: Genitori degli Alunni Scuola Città Pestalozzi.
La G.A.S.P. si impegna a far partecipare gli studenti, genitori ed insegnanti ad iniziative educativi e culturali del territorio.
Questo gruppo di genitori si autofinanzia attraverso mercatini e bancarelle che vengono organizzati ad ogni festività, compresa la festa preferita da tutti: quella di fine anno. A volte la Gasp può finanziare così alcune attività legate alla vita scolastica, cosa relativamente semplice, dato che la nostra scuola è composta solo da 160 alunni.
Negli anni scorsi sono stati organizzati cicli di incontri con esperti su diverse tematiche proposte dai genitori della scuola, come per esempio l’educazione affettiva, l’educazione sessuale, la dipendenza (da farmaci, cibo, droghe), l’uso delle nuove tecnologie, l’educazione alimentare ecc…
Questa associazione  ha costituito  anche un fondo di solidarietà  nei confronti delle famiglie più bisognose. Il fondo prevede infatti la copertura  di parte delle quote da pagare, ad esempio per le gite scolastiche, per i ragazzi della scuola con meno possibilità economiche. Lo scopo è di potere fare partecipare tutti indistintamente senza distinzioni sociali.
Lo spirito della nostra scuola  è opposto a ciò che è successo tempo fa  ad alcune famiglie di Adro, nel bresciano, che  si erano ritrovate in condizione tale da non poter pagare le mense scolastiche per i figli, fatto che suscitò molto scalpore.
Non ci fu sostegno da parte della scuola o dei genitori, anzi ci fu soltanto un benefattore che li aiutò, permettendo loro di mangiare come tutti e di non dover subire l’umiliazione di mangiare pane e acqua.
A Scuola Città Pestalozzi questo non sarebbe successo, perché  sarebbe intervenuta la GASP al posto del singolo benefattore.
In conclusione l’associazione G.A.S.P. e di fondamentale importanza per noi, è il pilastro della nostra scuola ed è un esempio per tutti.
A cura di Niccolò e Neva

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G.A.S.P. – Il pilastro portante della nostra scuola