Società e Cultura

Il lungo cammino delle donne

Curiosando tra gli scaffali di mio padre mi ha colpito un libro sulla situazione femminile scritto da mia zia e mi sono messa a leggerlo. Mano mano che andavo avanti mi interessava sempre di più perché tra l’altro in casa mia questo tema della donna è sempre affrontato ed è oggetto di dibattito tra me e mio fratello che sostiene sempre che io come donna non possa fare alcune cose suscitando in me una grande ribellione. Ecco quello che ho imparato.
Negli ultimi decenni dell’800 in Europa nascono vari movimenti femministi che, sulla base del nuovo ruolo che le donne hanno assunto nella società grazie all’ingresso nel mondo del lavoro, ne sostengono diritti e, in particolare, richiedono la loro estensione al diritto di voto. E’ evidente che prima di questa fase la donna europea non aveva diritti pari agli uomini.
Per “emancipazione” si intende infatti la liberazione della donna dalla condizione inferiore e di sottomissione rispetto ai maschi della famiglia, sottomissione durata fino a pochi decenni fa, cioè fino a quando non abbiamo raggiunto legalmente la parità dei due sessi e il diritto al voto.
I primi movimenti si svilupparono negli Stati Uniti con la fondazione nel 1866 di due associazioni: una progressista e una moderata. Negli Stati Uniti il diritto al voto delle donne fu introdotto nel 1870. La vera emancipazione femminile in Italia, invece è iniziata dopo la II guerra mondiale per l’esattezza nel 1946, quando le donne parteciparono alle elezioni per l’assemblea Costituente e al Referendum tra Monarchia e Repubblica. Nel 1948 le donne italiane parteciparono così alle prime libere elezioni politiche. La diffusione dei mezzi d’informazione come la radio, i giornali, i libri e soprattutto la TV, orientarono opinione pubblica in favore dell’emancipazione femminile, sostenuta anche dalla notevole scolarizzazione delle donne.
Nei primi del ‘900, con il fenomeno dell’urbanizzazione, cioè il trasferimento dei contadini verso le città e la loro integrazione in un nuovo tipo di lavoro, si passò da una famiglia “allargata” (che comprendeva anche zii e nonni), ad una famiglia più ristretta dove i rapporti tra marito e moglie cambiarono e anche la donna iniziò a lavorare. La donna non ricopriva più il semplice ruolo di moglie e madre ma era una lavoratrice a tempo pieno e con il suo salario contribuiva in modo significante al reddito familiare. Per la donna lavorare non significava soltanto guadagnare indipendentemente dal marito, ma anche trascorrere molte ore fuori casa e ciò voleva dire avere contatti con persone e ambienti diversi, cominciare così ad acquistare la consapevolezza dei propri diritti.
A me personalmente dà noia che la donna sia vista solo come casalinga: penso che anche l’uomo possa spazzare, mettere a posto e cucinare e quindi questo cambiamento storico per me è stato fondamentale e importante e ritengo che non si debba tornare indietro. Sempre nella prima metà del ‘900 l’aumento della scolarizzazione delle donne permise loro di avere un pensiero autonomo da quello del marito e del padre. La donna cominciò così a rifiutare la sottomissione all’autorità del marito, legittimata non solo dalla tradizione ma anche dalle leggi del diritto di famiglia. Il diritto di famiglia è l’insieme di norme giuridiche che regolano il rapporto tra i componenti di una famiglia. Nonostante noi oggi viviamo in un mondo civile, certi aspetti non sono migliorati e tra questi il più grave è la condizione della donna di cui, secondo me, si parla poco. In Italia la condizione femminile è migliore che in altri Paesi, ma al telegiornale sento troppe volte che succedono violenze, abusi, maltrattamenti, sfruttamenti e discriminazioni nei confronti della donna.
Dopo aver analizzato diverse fonti sono giunta alla conclusione che in buona parte del mondo, i diritti delle donne vengono violati. Mentre nei Paesi del Nord del mondo le donne, pur ancora svantaggiate, hanno ottenuto gli stessi diritti dell’uomo in tutti i campi, nei Paesi poveri le donne lottano ancora per riuscire a vivere subendo meno soprusi possibili. L’Italia nonostante sia un paese avanzato ha ancora molto da migliorare su questo piano. Le donne studiano sempre di più, si laureano mediamente prima e con punteggi più alti. Tra i non ancora trentenni su 10 laureati 6 sono donne, ma esse hanno comunque maggiori difficoltà a trovare lavoro e vengono pagate di meno a parità di lavoro di prestazioni.
Io che sono una giovane donna che studia e non mi sono ancora affacciata al mondo del lavoro sono un po’ preoccupata. Mia nonna che si è laureata in medicina e poi specializzata in pediatria, si è sentita un po’ discriminata perché preferivano uomini nel suo ruolo e mi racconta le sue difficoltà. Io sono fiera di me e di quello che sono, ma ho paura che quando uscirò da questo spazio sicuro della scuola e andrò anch’io nella società mi possano far sentire una persona che vale meno di ciò che realmente sono. Penso che il percorso dei diritti delle donne sia ancora lungo e debba ancora essere compiuto del tutto.
A cura di Sabina con la collaborazione di Francesco

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Il lungo cammino delle donne

Generosità ostacolata: un altro caso di discriminazione

A scuola ci stiamo occupando di relazione tra extracomunitari e italiani e di casi di eventuale discriminazione in Italia. Nella nostra ricerca abbiamo trovato un caso molto conosciuto, ma ancora interessante e significativo, di un paio di anni fa che è tornato alla ribalta recentemente; lo vorremmo riproporre a tutti i ragazzi.

Due anni fa è accaduto che nella città di Adro (Brescia) un gruppo di genitori extracomunitari non aveva pagato la mensa scolastica dei propri figli, noi pensiamo che sia a causa della mancanza di soldi (9 famiglie in tutto). Il sindaco di Adro il sig. Oscar Lancini, insieme alla giunta comunale, decise di sospendere il servizio mensa ai bambini dei genitori morosi. I bambini si sono ritrovati così a mangiare pane ed acqua mentre gli altri bambini mangiavano “normalmente”.

Un uomo, che voleva restare anonimo ma poi si è rivelato (il sig. Silvano Lancini), ex insegnante e imprenditore (omonimo del sindaco), venendo a conoscenza dei fatti, trovò davvero ingiusto che quei bambini mangiassero solo pane ed acqua davanti ad altri che mangiavano cibo “normale” e si indignò così tanto che pagò la mensa per loro (10.000 euro in tutto). Scrisse anche una lettera pubblica ai giornali per spiegare le motivazioni della sua scelta, dove ricordò che un giorno avremmo potuto avere bisogno dell’aiuto di questi bambini (un giorno questi stessi bambini, grandi, avrebbero potuto, per lavoro, essere coloro che ci accudivano da vecchi a casa, in un ospedale, in un ospizio, lo avrebbero fatto? O ci avrebbero contraccambiato?). Non solo il sindaco di Adro espresse la sua disapprovazione per questo gesto generoso ma persino molti genitori degli altri bambini si schierarono contro l’iniziativa del benefattore.
Le famiglie che protestavano trovavano ingiusto pagare questa mensa normalmente mentre altri si permettevano di non farlo, mostrando però così di non aver molta solidarietà nei confronti di persone in difficoltà.

Il fatto è tornato alla ribalta perché quest’anno il presidente della nostra Repubblica, Napolitano, ha premiato Silvano Lancini conferendogli il nome di Cavaliere della Repubblica perché ha fatto questo gesto onorevole. Ha voluto così dare un segnale in direzione della solidarietà che a volte manca nel nostro paese. Ha però scatenato nuovamente la reazione del sindaco di Adro che ritiene quest’onorificenza un insulto a tutto il suo paese in quanto premia una persona ricca che secondo lui ha sfruttato la situazione per fini personali (fare pubblicità alla propria azienda) e fa passare i suoi concittadini come razzisti ed egoisti.

Noi, però al contrario, non riteniamo giusto che dei bambini non ricevano il pasto durante la mensa, anche nel caso in cui i genitori non abbiano potuto pagare perché, a nostro avviso, i bambini non c’entrano e non vanno fatti sentire a disagio; riteniamo che chiunque intervenga per migliorare le cose o per donare a chi non ha, compia un gesto rispettabile e di esempio per tutti. Non vediamo errore in questo e pensiamo che ognuno sia libero di essere generoso quando vuole.

A cura di Lorenzo e Amit

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Generosità ostacolata: un altro caso di discriminazione

Storie di immigrati

La nostra classe (terza media) quest’anno ha lavorato ad un laboratorio di storia sull’emigrazione veneta in Brasile alla fine del 1800. Tra il 1800 e il 1900 milioni d’europei, sopratutto contadini e braccianti emigrarono in altri continenti con la speranza di cambiare le loro condizioni di vita. In Italia la situazione di vita era difficile per i contadini perché le terre erano in mano a pochi latifondisti ed essi erano costretti alla fame. Noi abbiamo esaminato dei documenti (lettere d’emigranti, articoli di giornali, documenti dell’archivio di stato) dai quali si capisce come il governo brasiliano, dopo l’abolizione della schiavitù, avendo bisogno di manodopera, avesse favorito l’immigrazione degli europei, illudendoli con facili guadagni e raccontando loro di terre molto fertili.

Già il viaggio però era molto avventuroso e la navigazione lunga e sofferta, tanto che molti emigranti soprattutto bambini morirono di fame e malattia durante il percorso. Una volta giunti in Brasile poi molti di loro si rendevano conto che la vita non era come quella promessa e solo alcuni di loro riuscirono a sistemarsi veramente. Una cosa importante era però che le terre che il governo brasiliano cedeva agli immigranti non erano disabitate perché vi abitavano già diverse popolazioni indigene come i Guaranì (che in seguito all’opera dei gesuiti nei secoli precedenti avevano accolto la civiltà europea e il cristianesimo). In Brasile v’erano anche popoli indigeni non ancora “occidentalizzati” che abitavano nelle foreste ed erano chiamati spregiativamente bugres o selvaggi. In particolare erano temuti gli Shokléng che erano chiamati anche botocudos perché avevano il labbro inferiore dilatato dal botoque che è un pezzo di legno che tenevano in bocca. Già prima dell’arrivo degli italiani, erano abituali le spedizioni armate contro i villaggi indios i quali, per mancanza di cibo e per aver subito razzie, assalivano le case e i campi dei coloni, rubando oggetti utili e soprattutto cibo.

Anche chi sosteneva la necessità di “sistemarli” ammetteva che queste popolazioni, compresi i temuti botocudos, uccidevano molto difficilmente e solo per vendetta. In ogni modo, nonostante ciò, i coloni uccidevano gli indios che si avvicinavano alle case. Il problema dell’emigrazione qui lo troviamo quindi collegato al problema della colonizzazione: di chi è la terra sulla quale viviamo? Quali sono i diritti di ciascun uomo?

A cura di Andrea

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Storie di immigrati

I PROBLEMI CON GLI IMMIGRATI

Nonostante si parli sempre più spesso di diritti umani e di uguaglianza tra gli uomini, viviamo sostanzialmente in un paese razzista che si deve confrontare con il gran numero di immigrati presenti (secondo i dati ISTAT del 2011 circa 4.570.317) .

Gli stranieri che vivono nel nostro paese sono più uomini che donne e vivono principalmente nel nord Italia.
La maggior parte degli immigrati lavora come collaboratore domestico o come operaio e solo 11 stranieri su 100 possiedono una laurea.
Sempre più spesso si sente parlare di aggressioni che riguardano gli immigrati, che vengono insultati o magari picchiati per il solo fatto di non essere italiani.

Proviamo ad immaginare cosa significa per una persona abbandonare il proprio paese, la propria casa e i propri familiari per trasferirsi in un paese straniero, magari per riuscire a mantenere una famiglia che altrimenti morirebbe di fame…

Cosa ne sappiamo noi della fatica che fanno queste persone, sia fisicamente, magari facendo più di un lavoro per cui vengono pagati pochissimo, che psicologicamente, stanno lontano dalle persone che amano.
Forse dovremmo imparare ad avere un po’ più di rispetto per gli immigrati, che oltre ad essere persone esattamente come noi, probabilmente fanno il doppio della nostra fatica per vivere e assicurarsi un’esistenza dignitosa.
Spesso infatti i datori di lavoro si approfittano della loro necessità di lavorare, per cui propongono loro orari di lavoro massacranti, con paghe ridotte, perché sanno che farebbero di tutto pur di ottenere un lavoro.
La maggior parte delle volte, poi, gli immigrati sono assunti a “nero” e quindi senza nessuna garanzia contro il licenziamento, né assistenza in caso di malattia o infortuni.

Con questo non voglio dire di essere favorevole a chi entra nel nostro paese clandestinamente, ma ci sono tantissime persone che vivono qui come extracomunitari regolari e che non vanno emarginate solo perché parlano una lingua diversa, hanno una diversa religione o un diverso colore di pelle.
Credo che dovremmo sconfiggere i luoghi comuni secondo cui gli albanesi uccidono le persone, i rumeni spacciano la droga, i cinesi sfruttano la gente ecc…

Ci sono tantissimi italiani che commettono anche reati peggiori…
Il fatto che la persona sia buona o cattiva non dipende dalla sua nazionalità!
Immagino che per una persona che si trasferisce nel nostro paese non sia facile vivere bene perché magari lavora tutto il giorno e poi si deve sentire anche infamare o trattare male da qualche stupido ragazzino viziato che crede che comportarsi da razzista sia da “grandi”.
Forse dovremmo imparare a metterci di più nei panni delle altre persone e forse in questo modo riusciremmo ad evitare discriminazioni inutili.

A cura di Asia e Alessia

 

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I PROBLEMI CON GLI IMMIGRATI

Emergency: l’incontro

Il giorno lunedì 19 dicembre 2011, nell’ aula video della nostra scuola è avvenuto  l’incontro con uno dei tanti volontari di Emergency, Alfredo, che innanzitutto ci ha illustrato cos’è Emergency.

Il marchio di Emergency

Il marchio di Emergency

Emergency è un’associazione italiana nata a Milano nel 1996, fondata dal sig. GINO STRADA, senza scopo di lucro, avente due obbiettivi principali:

-Portare cure medico-chirurgiche (personale, macchinari, medicinali, ospedali) alle    popolazioni che subiscono la guerra o che l’hanno subita;

-Diffondere una cultura di pace.

Il fondatore di Emergency

Il fondatore di Emergency

Emergency  insegna anche a lavorare alle persone sul posto, creando occupazione. Fino ad oggi, Emergency ha curato 4.370.000 persone.

Emergency sostiene il diritto alla vita di ogni individuo, il diritto di essere curato , di avere un lavoro con ferie retribuite, istruzione e libertà di pensiero.

Oggi Emergency è presente in vari paesi del mondo: Italia, Iraq, Sierra Leone, Afghanistan, Cambogia, Sudan, Repubblica Centrafricana.

L’INCONTRO

Durante l’incontro, Alfredo si è accompagnato con delle immagini proiettate sul muro, in modo che alcuni argomenti ci fossero stati più chiari.

Gli argomenti sarebbero stati: armi di distruzione nelle guerre del novecento, le conseguenze della guerra sull’uomo e sull’ambiente.

Per introdurci alle guerre del novecento, Alfredo ci ha raccontato di alcune dei moltissimi  combattimenti nel XIX secolo, fra i quali la seconda guerra d’indipendenza italiana, combattuta nel 1859 tra i franco-piemontesi e gli altri austriaci. Fino a quel tempo, la guerra si combatteva con delle regole legate al territorio e alle condizioni atmosferiche, gli eserciti indossavano uniformi ben distinguibili, si combatteva lontano dai centri abitati e si usavano armi accettate da tutti e due i fronti.

Durante una di queste battaglie, quella di Solferino, un commerciante svizzero che aveva assistito alla strage, incitò la popolazione ad assistere i feriti di entrambi gli schieramenti, e da qui nacque la croce rossa.

Con la prima guerra mondiale, combattuta dal 1915 al 1918, cambia totalmente il modo di fare la guerra:

-Si usano delle nuove armi, come la mitragliatrice, i carri armati e gli aerei.

-La guerra si svolge soprattutto nelle trincee.

-Si comincia a colpire la popolazione civile.

Un esempio di questi cambiamenti è la guerra civile spagnola del 1936 durante la quale ci furono bombardamenti su tutta la Spagna.

Durante la seconda guerra mondiale, ci furono oltre 56 milioni di morti (il 50% dei quali faceva parte dei civili). Nella stessa guerra, furono sganciate due bombe atomiche sul Giappone e, ad Auschwitz, vennero uccisi 1 milione di civili.

Per quanto riguarda le conseguenze della guerra sull’uomo e sull’ambiente, esse avvengono a causa delle mine antiuomo. Alfredo ci ha detto che ne esistono più di trecento tipi, ma si dividone un tre gruppi: a manipolazione, a frammentazione e a pressione.

Quelle a manipolazione colpiscono gli arti superiori, il viso e gli occhi di chi le raccoglie.Quelle a frammentazione, invece, sono interrate: con la prima esplosione si alzano in aria, con la seconda si frammentano e i suoi pezzi arrivano ad una grande velocità fino a 250 metri di distanza. Infine, le bombe a pressione esplodono quando un qualsiasi tipo di peso ci passa sopra, mirando agli arti inferiori.

Un altro tipo di mina è quella a grappolo. Essa viene lanciata dagli aerei e, ancora in aria, si frammenta in tanti piccoli ordigni che cadono in posti lontani grazie ad un paracadute incorporato. Quelle che cadono a terra senza essersi frammentate diventano mine antiuomo.

Fino al 1997, L’Italia è stata il terzo maggior produttore di mine antiuomo, ma poi, grazie ad una campagna moralizzatrice, ha smesso di produrle, ma si calcola che dei cento milioni di mine antiuomo inesplose, il 30% sia di marchio italiano.

Uno dei centri che cura i feriti causati dalle mine antiuomo

Uno dei centri che cura i feriti causati dalle mine antiuomo

 

Oggi l’Italia ripudia la guerra, ma le spese militari sono aumentate del 50%.Basti pensare ai 13 miliardi di euro spesi dall’Italia per i caccia F-35.Alfredo ci ha fatto notare che con il costo di un solo jet, si sarebbero potuti costruire 12 centri ospedalieri e di ricovero di Emergency.

Uno dei tanti ospedali di Emergency nel mondo

Uno dei tanti ospedali di Emergency nel mondo

Alla fine dell’incontro, Alfredo ci ha ricordato che in questo periodo si stanno svolgendo molti mercatini di Emergency, (di cui uno nel centro di Firenze) per far fronte alle spese mediche che questa ben più che benevola associazione deve fare. Per aiutare Emergency, andate anche voi ad uno di questi mercatini, oppure andate sul sito www.Emergency.it

Mattia B.

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Emergency: l’incontro

Un fuoco contro l’AIDS

Quest’anno con la professoressa Zanini siamo parte di un progetto molto importante, il Progetto Prometeo. Questo progetto si divide in 3 incontri. L’associazione Prometeo è un’associazione di volontari, nata a Milano. Diffonde informazioni riguardo all’AIDS nelle scuole e non solo. Il nome Prometeo deriva dall’eroe greco omonimo, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini. L’idea è di fare accendere in mente alla gente delle “scintille”, in modo che tutti sappiano qualcosa in più riguardo all’AIDS.

1° incontro: Sono venuti Giovanni e Clara, 2 volontari, a presentarci il progetto e a farci capire qualcosa in più sulla malattia. Per prima cosa ci hanno fatto compilare dei test riguardo all’AIDS. Non eravamo troppo preparati… Dopo un giro di nomi Giovanni ci ha proposto di fare un “brain storming”, che significa tempesta di idee. Infatti in cerchio abbiamo detto tutto ciò che ci veniva in mente riguardo all’Aids, e, divisi i termini in categorie, questo è ciò che è venuto fuori.
MEZZI DI TRASMISSIONE: sesso, sangue, siringhe,  sperma, trasfusione, apparato riproduttore, droga, pene, vagina, piercing, tatuaggi, lesioni cutanee, ciclo mestruale, contatto.
PRECAUZIONI: preservativo, sterilizzazione degli strumenti.
CONSEGUENZE: morte, debolezza, diarrea, perdita dei capelli, dolore, discriminazione, lesioni cutanee, febbre, ospedale, prolungamento della vita.
DESCRIZIONE DELLA MALATTIA: HIV, virus, infezione, inguaribile.

2° incontro: Sono venute Paola e Caterina, 2 dottoresse volontarie del Meyer, in cui c’è un laboratorio specifico dell’AIDS. Inizialmente ci hanno parlato della storia dell’AIDS. Il significato di AIDS è sindrome da immunodeficienza acquisita. E’ stata scoperta negli USA nel 1981. L’infezione dell’HIV è nata in Africa, negli anni ’50 dalle scimmie. L’HIV è un virus, cioè un elemento di distruzione per le cellule, che si trasmette attraverso il sangue, le secrezioni genitali e il latte materno. Ci sono 2 tipi di HIV, l’1 e il 2. L’1 è diffuso nei paesi industrializzati, il 2 principalmente in Africa. L’HIV distrugge il sistema immunitario, infatti si moltiplica e distrugge i linfociti T4. Per questo l’organismo non riesce a creare anticorpi, diventando così mmunodeficiente.
La differenza tra l’AIDS e l’HIV è che l’Aids è la malattia e l’HIV è il virus. Quest’ultimo porta infezioni opportunistiche, cioè malattie non gravi ma che nei sieropositivi lo diventano. Ma che vuol dire sieropositivo? Un sieropositivo è una persona che ha gli anticorpi contro un virus specifico. A quel punto si creano 2 “eserciti”, uno di anticorpi e uno del virus. Molto spesso gli anticorpi non ce la fanno ad annientare il virus, proprio perché il virus colpisce le cellule che li producono, cioè i globuli bianchi. Il periodo finestra è un periodo variabile in cui si formano gli anticorpi. Quando gli anticorpi si sono prodotti si ha la sieropositività e il periodo finestra finisce.
Una persona ha l’AIDS quando si presentano i sintomi dovuti all’HIV. La sieropositività è la fase iniziale della malattia, che può essere breve o durare anni. Dopo la sieropositività arrivano i sintomi, e si ha l’AIDS conclamato. L’AIDS si può curare, attraverso i farmaci antiretrovirali, ma non guarire. I farmaci prolungano la vita del paziente. Non si può essere a rischio di AIDS, però ci sono dei comportamenti a rischio, come l’uso di droghe con siringhe non sterilizzate, quindi sporche di sangue infetto, o rapporti sessuali non protetti.
Ci sono vari tipi di trasmissione. La trasmissione verticale avviene dalla madre al bambino. Può avvenire durante il parto per il contatto con il sangue o le secrezioni vaginali infetti, nella gravidanza quando il virus penetra la placenta, o dopo con l’assunzione del latte materno. Per proteggere il figlio si può ricorrere al parto cesareo o dare alla madre durante la gravidanza medicine apposite.
Per sapere se si è infetti si fa un test all’ospedale, cioè un prelievo del sangue. Il test va fatto in 3 momenti. Il primo va fatto dopo il comportamento a rischio, il secondo dopo 3 mesi e il terzo dopo 6 mesi.
Infine abbiamo analizzato qualche dato. La regione italiana dove l’AIDS è più diffuso è la Lombardia. Nel mondo il paese con più contagi è l’Africa, e anche la Russia è piuttosto colpita. In Africa il 68% della popolazione è sieropositivo, che è molto colpita per la bassa informazione, per gli ospedali troppo lontani dai villaggi e per lo scarso igiene. Inoltre i farmaci sono costosi e molte persone non se lo possono permettere. Dopo questa lunga spiegazione Caterina e Paola ci hanno lasciato con la mente invasa da parole complicate e lunghe definizioni. E voi avete capito qualcosa? Se non siete collassati sulla sedia restate con noi, e scoprite cosa abbiamo fatto nel nostro terzo incontro.

3° incontro: Giovanni è tornato a farci visita. Ci ha diviso in 3 gruppi, e ci ha distribuito dei bigliettini con un piccolo testo che rappresentava diverse situazioni di pericolo. Dopo aver inventato una storia riguardo a quel testo, abbiamo recitato la scenetta davanti al resto della classe, che la professoressa Zanini ha filmato nonostante la scarsa preparazione di noi ragazzi. Dopo aver visto tutte le scenette abbiamo parlato del modo per evitare queste situazioni di pericolo. Dopo il “teatro” Giovanni ci ha fatto fare lo stesso test eseguito durante il primo incontro, e ha notato un miglioramento.

Per finire ci ha detto che noi ragazze e i ragazzi dovranno scrivere 2 lettere in inglese per 2 classi del Kenya. Con loro, tramite video conferenza, dovremo poi parlare di tutto ciò che riguarda l’AIDS. Non vediamo l’ora di scoprire come sono fatti quei ragazzi e com’è il loro modo di vivere. Speriamo di avervi fatto imparare qualcosa in più sull’AIDS, e sulle precauzioni da prendere in casi non protetti.

A cura di Stella e Margherita.

Per un mondo senza l'AIDS

Per un mondo senza l'AIDS

Simbolo del MEYER

Simbolo del MEYER

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Un fuoco contro l’AIDS

Omicidio stradale

Il due giugno del 2010, a Firenze, ci sono stati due incidenti stradali che hanno avuto come vittime due giovani fiorentini.

Il primo, Lorenzo Guarnieri, 17 anni, stava viaggiando sul suo scooter quando, improvvisamente, un altro scooter ha invaso la corsia sulla quale stava viaggiando Lorenzo prendendolo in pieno, uccidendolo. I due che erano sullo scooter che ha preso in pieno quello di Lorenzo, uno di 39 e l’altro di 45 anni, sono risultati positivi all’alcooltest e a quello per l’assunzione di droghe leggere.

Il ragazzo di 17 anni che morì nel primo incidente

Il ragazzo di 17 anni che morì nel primo incidente

L’altro giovane è invece una ragazza, Ilaria Tacchinardi, 22 anni, stava viaggiando sullo scooter insieme alla sorellina di 12 anni quando, improvvisamente, un furgone si è scontrato contro di loro. La sorellina, che indossava il casco integrale, si è salvata, ma Ilaria, che indossava lo stesso il casco, ma non integrale, è sbalzata contro una ringhiera, e l’urto le è stato fatale. L’autista, 40 anni, impiegato nell’edilizia, è indagato per omicidio colposo.
l'ambulanza che soccorse Ilaria Tacchinardi e la sorellina

l'ambulanza che soccorse Ilaria Tacchinardi e la sorellina

la ragazza che morì nel secondo incidente.

la ragazza che morì nel secondo incidente.

In seguito alla morte dei due giovani, la famiglia di Lorenzo ha indetto una petizione per richiedere una proposta di legge sull’omicidio stradale, per avere giustizia non solo per Lorenzo, ma per tutte le persone morte per strada a causa di persone che, in quel momento, non erano capaci di guidare. La proposta è stata anche presentata al presidente della commissione dei trasporti della Camera, che si è dimostrato disponibile a discuterla con la famiglia di Lorenzo e con altre associazioni che si occupano di sicurezza stradale.

La proposta della famiglia di Lorenzo chiede che la società richieda una pena più giusta quando chi uccide mettendosi alla guida senza essere in grado di farlo(drogato e/o ubriaco) riceva una condanna adeguata al danno che ha provocato a causa del suo comportamento irresponsabile.

Se rubi 100 euro dalla borsa di una signora, vieni catturato da un agente di polizia, vai in carcere immediatamente e sei processato subito.Lo stesso accade se rubi una bicicletta. Se invece uccidi un ragazzino di 17 anni invadendo la sua corsia ed investendolo in pieno perché ti sei messo alla guida drogato e con un tasso alcoolemico di tre volte superiore alla media, non solo non vieni arrestato subito, ma in carcere non ci andrai mai. .Una pena equa per il danno provocato e certa, rappresenta un atto di prevenzione e rende giustizia a chi ha perso la vita per un comportamento criminale di una persona che si è messa alla guida senza essere in condizione di farlo.
La proposta in sintesi è questa:

1:NOME

Da “omicidio colposo” a “omicidio stradale”

2:PENA

Da 3-10 anni a 8-18 anni

3:ARRESTO

Da nessuna misura cautelare a arresto in flagranza di reato

4:PATENTE

Da revoca temporanea a “ergastolo della patente”

La petizione della famiglia di Lorenzo è ancora in corso, la mia famiglia ha aderito e chi volesse farlo a sua volta, può andare sul sito www.omicidiostradale.it.

Mattia B.

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Omicidio stradale

Ragazze nelle piantagioni di cotone indiane

In India, per la precisione in Andhra Pradesh ovvero nel sud dell’India, si sono rivelati casi di sfruttamento minorile.

Nella maggior parte dei casi sono state sfruttate ragazze tra i 6 e i 14 anni. Questo perché le ragazze sono la principale mano d’opera.

Si stima che circa 450mila ragazze sono sfruttate in piantagioni di cotone e almeno 250mila nella località citata prima. Si dice che gli stati che sfruttano i minori, se non lo facessero, avrebbero un economia in ginocchio.

Le ragazze, che vengono impiegate nella maggior parte delle operazioni di produzione, lavorano duramente, vengono pagate molto poco, vengono private dell’istruzione, e restano esposte per lunghi periodi a prodotti chimici per l’agricoltura pericolosi per la salute.

A cura di: Daniela e Adriano di III media

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Ragazze nelle piantagioni di cotone indiane

SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI NEL LAVORO

Più di 150 milioni i bambini nel mondo vivono in condizioni di lavoro forzato e massacrante. Agli inizi degli anni ’80 la stima dei bambini sfruttati nel lavoro nel mondo era di 5 milioni. Non sappiamo se l’aumento di questa cifra sia dovuto ad un effettivo aumento della diffusione del fenomeno oppure alla maggiore informazione dovuta in quanto il fenomeno è venuto maggiormente alla luce in tutta la sua grandezza. Forse sono avvenute entrambe le cose.

Molti di questi bambini svolgono lavori pericolosi e a rischio della vita, in condizioni igieniche poco sane e con scarso nutrimento.

Alcuni di questi sono vittime delle peggiori forme di sfruttamento: lavoro forzato (pesante), prostituzione, violenza fisica, deperimento fisico, compromissione della salute e mancanza di cure adeguate.

In media questi bambini lavorano dalle 12 alle 14 ore al giorno.

Lo sfruttamento dei minori è concentrato in Africa, Asia (India), America Latina.

Purtroppo questo fenomeno è presente anche in Italia, dove, oltre 145.000 ragazzi e ragazze sotto i 15 anni, sono impegnati in attività lavorative nonostante il lavoro minorile sia vietato dalla legge 977 del 1967. Di questi ragazzi circa 35.000 sono decisamente sfruttati.

Nel mondo ci sono due tipi di lavoro affidato ai bambini:

  • Agricolo: nelle piantagioni e raccolta di frutti.
  • Urbano: nelle fabbriche.
  • Lavoro domestico e familiare (soprattutto per le bambine)
  • Sfruttamento sessuale
  • Lavoro di strada (lavavetri, scarpe)
  • Lavori illeciti (come lo spaccio di droga e il trasporto di armi ed esplosivi).

Ovviamente la maggior parte di questi bambini non sono mai andati a scuola e quindi sono restati analfabeti oltre al fatto che la loro salute in certi casi è fortemente compromessa (mancanza di uno sviluppo regolare, malattie professionali, es. rachitismo e malattie dell’apparato respiratorio)

In molti posti dei paesi del Terzo Mondo i bambini sono costretti a rimanere in fabbriche-carceri vari mesi prima di poter rivedere i propri genitori (nuova forma di schiavitù).

Le aree principalmente interessate dal lavoro minorile sono i paesi in via di sviluppo.

Facciamo un esempio di come funziona: in una fabbrica del Brasile vengono prodotte delle scarpe che vengono comprate da una Multinazionale a una cifra pari a 13 euro l’una. La multinazionale le rivende nei negozi ad una cifra pari a 120 euro. Il bambino operaio, che fabbrica quelle scarpe, viene pagato solo 20 centesimi l’ora e se volesse comprarsi un paio di quelle scarpe che egli stesso fabbrica, dovrebbe lavorare per 7 settimane (sottopagato).

Molti ragazzi vengono usati da imprenditori senza scrupoli per produrre articoli che noi stessi usiamo per il tempo libero e per lo sport: scarpe, palloni, abbigliamento con famosi marchi sportivi che in nome della globalizzazione sono prodotti dove il lavoro costa poco o pochissimo e non ci sono diritti civili e sociali da rispettare.

In Russia i bambini vengono anche rapiti per essere sottoposti al lavoro.

In alcuni paesi dell’Africa c’è addirittura il fenomeno del bambino-soldato: i bambini vengono arruolati per combattere!

Lo sfruttamento dei minori entra anche nel campo dello spettacolo e della pubblicità, con la strumentalizzazione della loro immagine.

L’UNICEF (Fondo delle nazioni unite per l’infanzia) si occupa di questa situazione e la denuncia. E’ stato istituita una giornata mondiale contro lo sfruttamento minorile nel mondo, il 12 giugno.

A cura di: Testo collettivo III media

 

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SFRUTTAMENTO DEI BAMBINI NEL LAVORO