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Al museo antropologico

Ci è stato spiegato il significato della parola antropologia = studio delle popolazioni umane nei vari luoghi della Terra, per capire come si vestono, come si cibano e cosa costruiscono per sopravvivere in ambienti dalle condizioni climatiche diversissime.
Questo museo è nato da un’idea di Paolo Mantegazza (1831-1910) che qui radunò gli oggetti raccolti nei suoi viaggi di studio in tutti i paesi del mondo.Nella prima sala a sinistra della scala di ingresso ci sono oggetti provenienti dall’estremo Nord Europa.
Ad esempio c’è una PULKA, cioè una slitta in legno simile ad una canoa, che normalmente è trainata dalle renne e che viene dalla Lapponia ( Scandinavia) dove vivono i Sami, che venivano chiamati Lapponi che significa “straccio” per l’idea di trascuratezza che davano i loro abiti in pelle di renna di orso. Perché questi luoghi sono freddissimi, come la Siberia dove si raggiungono i 40 gradi sottozero e c’è sempre la neve e qui hanno inventato gli sci in legno. Ci sono anche giochi simili alla dama e degli strumenti musicali, oltre che maschere cerimoniali in corteccia d’albero.
Nella seconda sala si vedono abiti tessuti con fibre vegetali perché in Giappone, dove viveva anticamente la popolazione degli Ainu, che adesso occupano l’isola di Hokkaido, non avevano metalli, ma tanti alberi e con il legno hanno costruito tutti i loro strumenti.
Nella terza sala ci sono oggetti provenienti dall’America Artica, dove vivono gli Inuit che venivano chiamati Eschimesi, cioè “mangiatori di carne cruda”. In Alaska abitano dentro gli igloo di ghiaccio e si vestono con pellicce di foca per ripararsi dal freddo, ma hanno anche inventato giacche impermeabili usando le budella intestinali delle foche.
Nella sala dei Nativi americani gli abiti in pelle di bisonte erano abbelliti con perline colorate, c’erano delle scarpe morbide chiamate mocassini e che oggi vanno di moda in tutto il mondo e le racchette da neve che alcune tribù usavano nei luoghi più freddi.
Nella sala delle mummie del Perù ci è stato spiegato che i morti venivano conservati in sacchi di corda in una posizione rannicchiata che ricorda la posizione “fetale”, cioè quella che abbiamo nel grembo materno, perché gli si augurava una rinascita dopo la morte.
Abbiamo visto delle sagome di marionette usate in Malesia per il teatro delle ombre.
Dall’Indonesia che è un paese caldo, con periodi di pioggia prolungati, provengono abiti di foglie e di fibre vegetali e anche dei grandi cappelli con una forma spiovente, che funzionano da ombrello.
Dall’Oceania sono arrivate sculture che rappresentano uomini con occhi spalancati e lingua di fuori, nell’atto di eseguire la danza Maori per prepararsi alle battaglie. Ma ce ne sono altre tutte tatuate, perché è tradizione dei maori dipingersi la pelle per esprimere la propria storia o dimostrare il coraggio e la potenza con intagli sulla pelle che cicatrizzando formavano dei disegni in rilievo.
Ci è stato fatto notare che in molti luoghi i “trucchi” sul viso indicavano se una donna era sposata, o se si faceva parte di una stessa famiglia o di una stessa tribù.
Nella sala degli oggetti provenienti dall’Africa c’erano cinture fatte con bozzoli di farfalle riempite con semi che servivano alle donne Boscimani per suonare durante le danze rituali.
C’era anche una maschera fatta con la pelliccia di scimmia Colobina, che è quella che viene indossata dai bambini di otto anni nel rito di passaggio all’età delle prime responsabilità.

E abbiamo visto un curioso poggiatesta in legno che fa la stessa funzione dei nostri cuscini.

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