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L’arte dell’hacking

Un hacker, in informatica, è un esperto di sistemi informatici in grado di introdursi in reti informatiche protette e in generale di acquisire un’approfondita conoscenza del sistema sul quale interviene, per poi essere in grado di accedervi o adattarlo alle proprie esigenze.

Nel MIT (Massachusetts Institute of Technology, università americana) dagli anni 1920-26 vigeva un elevato livello di competizione e l’attività di hacking emerse sia come ribellione e sia come competività tra la gente. L’istituto, con una infinità di corridoi e tunnel sotterranei, offriva ampie opportunità esplorative agli studenti. Fu così che “tunnel hacking” divenne il significato usato dagli stessi studenti per indicare queste incursioni sotterranee non consentite. In superficie il sistema telefonico del campus offriva più o meno le stesse opportunità. Grazie a esperimenti, gli studenti impararono a fare scherzi prendendo ispirazione dal “tunnel hacking”, questa nuova attività venne presto battezzata “phone hacking”, per poi diventare il “phreaking”.
La combinazione tra divertimento creativo ed esplorazioni costituirà la base per i futuri cambiamenti del termine hacking. I primi ad auto-qualificarsi dei “computer hacker” nel campus del MIT negli anni 1960 furono un gruppo di studenti appassionati di modellismo ferroviario, che negli ultimi anni 1950 si erano riuniti nel Tech Model Railroad Club. Una ristretta enclave(territorio all’interno di un altro territorio) all’interno di quest’ultimo era il comitato Signals and Power (segnali ed elettricità), cioè gli addetti alla gestione del sistema del circuito elettrico dei trenini del club. Un sistema costituito da un sofisticato assortimento di cavi e interruttori analogo a quello che regolava il sistema telefonico del campus. Per gestirlo era sufficiente che un membro del gruppo inviasse semplicemente i vari comandi tramite un telefono collegato al sistema, osservando poi il comportamento dei trenini.

immagine di un hacker tratta da un filmI nuovi ingegneri elettrici responsabili per la costruzione e il mantenimento di tale sistema considerarono lo spirito di simili attività uguale a quello del phone hacking. Dal punto di vista del comitato Signals and Power, usare dei cavi in meno in un determinato tratto di binari, significava poterlo utilizzare per qualche progetto futuro. In maniera sottile, il termine hacking si trasformò da sinonimo di gioco inutile, a un gioco in grado di migliorare le prestazioni o l’efficienza complessiva del sistema ferroviario del club. Quanto prima i membri di quel comitato cominciarono a indicare con orgoglio l’attività di ricostruzione e miglioramento del circuito per il funzionamento delle rotaie con il termine “hacking”, mentre “hacker” erano quanti si dedicavano a tali attività.

Il termine hacker, nel gergo informatico, è spesso associato come cosa negativa, in quanto nell’illusorio comune identifica un soggetto interessato a operazioni e comportamenti illeciti o illegali. Tipicamente si tratta di una persona con una vasta cultura informatica che copre sia gli aspetti sistematici che quelli programmativi.
Egli può svolgere, dal punto di vista professionale, una serie di attività pienamente ammesse e utili: i sistemi informatici sono infatti sottoposti a specifici e costanti test al fine di valutarne e dimostrare sicurezza e affidabilità. L’attività di hacking assume rilievo anche perché di frequente le informazioni tecniche e le potenzialità di un sistema non sono interamente rese note dal produttore, o addirittura in certi casi volutamente protette (per motivi industriali, commerciali o per tutelarne sicurezza e affidabilità).

L’hacker agisce quindi nella ricerca di potenziali falle, per aumentare la propria competenza, rendere più sicuro un sistema o violarlo. In questo caso però stiamo parlando di cracking. A prescindere dall’ampiezza della definizione, la maggioranza degli odierni hacker ne fa risalire l’origine al MIT, dove il termine fece la sua comparsa nel gergo studentesco all’inizio degli anni cinquanta. Secondo una pubblicazione diffusa nel 1990 dal MIT Museum, a documentare il fenomeno dell’hacking, per quanti frequentavano l’istituto in quegli anni il termine “hack” veniva usato con un significato simile a quello dell’odierno “goof” (cioè scemenza, goliardata). Stendere una vecchia carcassa fuori dalla finestra del dormitorio veniva considerato un “hack”, ma altre azioni più pesanti o dolose, ad esempio, tirare delle uova contro le finestre del dormitorio rivale, oppure deturpare una statua nel campus, superavano quei limiti. Era sottinteso nella definizione di “hack” lo spirito di un divertimento creativo e innocuo. È a tale spirito che s’ispirava il significato del termine: “hacking”. Uno studente degli anni cinquanta che trascorreva gran parte del pomeriggio chiacchierando al telefono o smontando una radio, poteva descrivere quelle attività come “hacking”. Di nuovo, l’equivalente moderno per indicare le stesse attività potrebbe essere la forma verbale derivata da “goof” (prendere in giro qualcuno, per divertirsi).

A cura di Emanuele Morra

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